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lunedì 26 gennaio 2015

" Garibaldini Volontari del Capitano Ultimo " DISCARICA SU PEZZI DI STORIA

Di Elisa Barresi

Anni di storia hanno lasciato spazio a cenere e cemento. Dove per secoli si è nascosto indisturbato un pezzo di passato, adesso sorge una discarica che, sotto gli occhi di tutti, ha sotterrato scavi archeologici dal valore inestimabile. Gli scavi condotti nel 2008 hanno interessato una porzione di 2200 mq di un ampio pianoro in località Piani della Corona a Bagnara Calabra. La più antica frequentazione dell'area è documentata dal rinvenimento di due tombe neolitiche pertinenti alla facies di Diana-Bellavista. I rinvenimenti appaiono particolarmente significativi dato che hanno recuperato inattese e importanti tracce del popolamento umano in età pre-protostorica in un'area della Calabria ancora poco conosciuta per quanto attiene agli aspetti del popolamento precedenti la colonizzazione greca. Una datazione antichissima per questo sito, corredato da necropoli, testimonianze di abitazioni stanziali, strumenti domestici e di caccia. Dunque un vero e proprio villaggio che i materiali di risulta dei lavori autostradali hanno sapientemente cancellato. La questione è ben nota ai piani alti poiché sia archeologi che ricercatori storici hanno studiato il sito comprendendone l’alta valenza storico-culturale e denunciandone l’eccidio. La prima area riguarda il territorio di Monte S. Elia, area Piani della Corona, località Pantano del comune di Bagnara dove, attualmente, è presente un deposito o discarica di terra e pietre o inerti provenienti dai lavori effettuati probabilmente da enti in zona. È proprio qui che Lino Licari, archeologo di riferimento dei volontari della protezione civile i “Garibaldini del Capitano Ultimo”, ha segnalato la presenza di materiale protostorico in diversi punti dell’area tra gli anni che vanno dal 2004 al 2006 alla sede della Soprintendenza di Reggio di Calabria. In seguito alla segnalazione, è stato rinvenuto un importante insediamento neolitico e questo doveva bastare per risparmiare l’area dalla discarica. Sull'intera estensione dell'area oggetto delle indagini sono stati, infatti, recuperati numerosi manufatti fittili e litici che presuppongono una presenza più consistente, compromessa dall'impatto antropico successivo rappresentato dall'impianto di un ampio villaggio durante una fase avanzata dell'antica età del Bronzo. A spiegare la genesi di questi siti archeologici è stato il ricercatore storico Clemente Puntillo che, già nel 1993 all’interno del suo saggio “Storia di Bagnara”, aveva raccolto le meraviglie di queste aree e oggi si prepara a denunciarne lo scempio senza fine. Diversi sono stati i sopralluoghi e dalle notazioni tecniche si evince che l’area dovrebbe risultare con vincoli paesaggistici, antropici e archeologici, ma qualora non lo fosse rimane comunque da chiedersi chi può arrogarsi il diritto di distruggere siti archeologici, lasciando solo devastazione. Licari, anche guida ufficiale del parco nazionale dell’Aspromonte e direttore del gruppo archeologico Medma (Rosarno) dei gruppi archeologici d’Italia, ha portato all’attenzione della Soprintendenza i ritrovamenti effettuati riuscendo ad ottenere un finanziamento per portare a termine i lavori di scavo. Il ritrovamento del sito archeologico a Pantano, dunque, s’inquadra in tale contesto e potrebbe essere tranquillamente il Villaggio di Catiano, l’antichissima Bagnara, attiva dall’età del ferro. L’oggettistica costituita da utensili in pietra e tratti di arredo, sarebbe stata portata via consentendo agli autostradali di sotterrare il resto: le fondamenta della capanne, la rete stradale, i possibili segni di una casa comune, la necropoli. A questo punto, arrivati al triste epilogo, rimangono solo tanti interrogativi ai quali qualcuno, prima o poi, dovrebbe dare una risposta plausibile. Chi ha consentito a che si perpetrasse questo ingente danno per l’intera aera? Perché è stata sprecata quest’immensa occasione di sviluppo turistico-culturale? Perché la Soprintendenza di Reggio non ha sospeso i lavori e, invece, ha consentito che su quella preziosità calasse la morte eterna? A sentir parlare chi è cresciuto a pane e scavi, la cosa che risulta strana è il perché tutta l'area interessata da ritrovamenti non sia stata vincolata, come dovrebbe, proprio dalla soprintendenza. Il dubbio, a questo punto, s’insinua lecitamente. E se questo fosse il frutto di un compromesso dovuto al fatto che è stata l'Anas a finanziare lo scavo archeologico? Una sorta di accordo del tipo “finanziateci lo scavo e noi chiudiamo un occhio”, oppure, “vi finanziamo lo scavo archeologico se ci fate usare l'area per la discarica”. Senza volersi sostituire a chi è addetto ai lavori, è semplice pensare a come poteva evitarsi questo massacro. Bisognava, forse, vincolare l'area ed effettuare l mesi di scavo archeologico, lasciare evidenziate le tracce dei resti delle capanne, pensare ad una ricostruzione sperimentale del villaggio in scala reale, recintare l'area e renderla fruibile a visitatori? Non ci vuole poi molto a dimostrare queste tesi, provare per credere. Basta fare una passeggiata in quei luoghi che, per anni, sono stati trattati come cassonetti dei rifiuti e che oggi pagano il conto mostrando solo le brutture e i segni lasciati nascondendo, forse per sempre, lo splendore di millenni di storia brutalmente sottratti a Bagnara.